La sostenibile leggerezza dell’Euro

“Non potrà durare”. Dal 2011, anno della crisi del debito sovrano, è ampiamente diffuso il convincimento che, prima o poi, si dovrà celebrare il funerale dell’Euro. Un pensiero (un auspicio, in certi ambienti politici e sociali) trasversale, che unisce la classe dirigente e l’uomo della strada. Non poche volte, nell’ultimo decennio, il disegno politico alla base della moneta unica è stato messo in discussione. E non sono stati nemmeno pochi i momenti in cui i cittadini hanno avuto la tentazione di nascondere le banconote nel materasso.


La variegata famiglia degli euroscettici ha sempre ragionato grosso modo così: non è data moneta unica senza una politica fiscale autenticamente comune. E, d’altra parte, come si può attuare una politica fiscale unica se i Paesi europei a basso debito (Germania, in primis) non credono che quelli con debito stellare (l’Italia, in primis) possano comportarsi in modo trasparente e onesto? Non si può. Se, quindi, la politica fiscale è un’utopia, allora prepariamoci pure alle esequie dell’euro. Ma la moneta unica, in realtà, è molto più resistente di quel che sembra. Antifragile, per usare un neologismo che designa la capacità non solo di resistere alle avversità ma di attingere da queste un’inattesa linfa vitale.


La storia insegna che l’unione politica è un collante formidabile (e sufficiente) per gestire crisi economiche con un impatto diverso sulle componenti dell’Unione e tenere l’Euro in piedi. La politica europea, variamente (e giustamente) accusata di reattività tardiva e scarsa unitarietà d’intenti, è sempre stata capace di produrre soluzioni innovative ed efficaci, poi magari copiate nel resto del mondo. Creatività nutrita da una tradizione secolare di composizione degli interessi per vie laterali.


Dunque, e per tornare al mondo di oggi, il buon senso suggerirebbe di avere un sistema capace dal centro d’indirizzare le risorse nelle aree più colpite dalla crisi in corso; lo stato dell’Unione non lo permette ma questo, per continuare nella metafora funerea, non è la premessa del de profundis. E’, invece, l’ennesima prova del saper comunque procedere per vie laterali.


Vediamo perché. I titoli di debito pubblico sono una passività per il bilancio dello Stato: nessun dubbio. Ma anche la carta moneta è una passività per lo Stato. In un mondo di tassi d’interesse vicini allo zero, la differenza tra obbligazioni governative e moneta è divenuta quasi impalpabile.


Con le banche centrali che, ordinariamente, acquistano obbligazioni, la linea di demarcazione tra politiche fiscali e monetarie è indistinguibile. Anche in Europa, dove pure si è fatto di tutto per tenere ben chiara la demarcazione. Il Quantitative Easing della BCE, di fatto, mutualizza il debito: una passività comune a tutti (la moneta) è scambiata con un bene nei fatti fungibile (le obbligazioni dei singoli Stati).


Istituire un’unione fiscale sarebbe stata la soluzione diretta per ottenere questo risultato, ma, attraverso la strada laterale, l’effetto implicito (la condivisione del fardello) è molto simile.


La creatività politico-istituzionale non fa dell’Euro una fortezza inespugnabile, ma certo porta a considerare che i veri problemi dell’Europa siano oggi altri, a cominciare dall’obsolescenza di molte industrie e dal funzionamento del sistema bancario. L’Euro, dunque, è destinato a vivere.

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