Il clima ci salverà

Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, l’andamento dei mercati finanziari è stato fortemente condizionato dalla diffusione di prodotti d’investimento passivi (ETF in testa) e da strategie di gestione fondate sulla replica degli indici di Borsa. Si è così innescato, consolidandosi nel tempo, un meccanismo capace di autoalimentarsi: i gestori compravano, gli indici azionari (e con essi le performance dei prodotti) crescevano, le politiche di gestione passive obbligavano a comprare ancora, indistintamente.


Il risultato? Una distorsione del meccanismo naturale sul quale si basano (tutti) i mercati (formazione del prezzo basata sul confronto tra domanda o offerta), la mancata discriminazione tra titoli e meno buoni e, ovviamente, il vertiginoso aumento delle masse di risparmio in gestione dovuto a vari fenomeni ma principalmente alle politiche delle banche centrali. BlackRock, la principale società di gestione al mondo, ha raggiunto nel 2019 una massa di risparmio in gestione di quasi sette trilioni di dollari. Per la maggior parte investiti in strumenti passivi.


Dando per condiviso il principio che gli alberi non possono crescere fino in cielo, c’è da chiedersi che cosa accadrebbe nel caso di un’inversione di tendenza. Se, cioè, i gestori passivi cominciassero a vendere indiscriminatamente le azioni in portafoglio proprio perché devono correre dietro all’indice di riferimento. Da qualche tempo la domanda di operatori e osservatori è diventata un allarme e ci si aspetta che l’automatismo alla base delle gestioni passive possa amplificare e accelerare una discesa dei mercati. C’è una soluzione per favorire il soft landing? Ovvio: fare in modo che i gestori passivi non siano obbligati a vendere tutte insieme le azioni rappresentative di un indice.


Già, ma come? La crescente (e globalmente diffusa) attenzione per il cambiamento climatico potrebbe disinnescare la bomba offrendo l’opportunità (o la scusa?) per introdurre nella composizione degli indici la distinzione tra azioni verdi e meno verdi (cioè rappresentative o no di business che hanno un impatto positivo sul cambiamento climatico). Una distinzione che, di fatto, si tradurrebbe, nella creazione di un nuovo mercato.


Nel recente World Economic Forum di Davos, si è potuto rilevare (ancora una volta) che i rischi del climate change non sono unanimemente condivisi, tanto meno lo sono le politiche riparatrici o preventive. Se non salvare l’ambiente, la svolta verde potrebbe consentire ai colossi dell’investimento di svincolarsi dalla replica passiva degli indici e riducendo il rischio nella fase di ribasso.


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