Chi volerà bene (e chi no) dopo la pandemia

Ora tocca a voi: questo, in sostanza, è il messaggio che Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha mandato giovedì 4 illustrando l'espansione del Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP). La BCE, ha lasciato intendere, ha fatto la sua parte ma da un certo momento in poi bisognerà che economie e mercati finanziari facciano da sé. Questo sembra anche l’orientamento negli Stati Uniti dove la Federal Reserve che ha assicurato di erogare liquidità infinita ma che, dalla settimana scorsa, lo sta facendo in misura (impercettibilmente) decrescente.


Le banche centrali, quindi, confermano l’impegno a sostenere le economie (e l’operato dei governi che, finalmente sembra allineato), ma all’orizzonte non ci sono certezze d’interventi aggiuntivi automatici. Fin qui, va riconosciuto, la reazione delle banche centrali e dei governi è stata pronta e incisiva, certo meno confusa e disomogenea di quella che si registrò tra 2008 e 2012, forse perché molti degli attori di oggi avevano vissuto le crisi di quegli anni. Alcuni orientamenti hanno anche fatto tesoro delle lezioni della storia: alle imprese, per esempio, non è stato chiesto di evitare i licenziamenti come accadde nel ’29 con conseguenze catastrofiche. Si e' cosi ridotto al minimo la forza d'urto di una crisi finanziaria ben maggiore di quella del 2008.

Tra la terza settimana di marzo e la prima di giugno, i mercati finanziari delle principali economie hanno registrato un rally sostanziale dopo aver perso il 35% dal massimo di febbraio con il piu repentino storno della storia (ed un successivo intervendo della FED tre volte maggiore a quello fatto in sei mesi nel 2008).


Il rally di questi giorni sconta che tutto torni come prima, almeno all’80-90%, benché il numero dei contagiati nel mondo sia ancora in aumento e non ci sia alcuna prova che il virus sia stato debellato e che la fine del lockdown non porti ad una nuova ondata di contagi. E, soprattutto, assumendo che ogni azienda torni a fatturare immediatamente quello che faceva prima e con gli stessi margini di utile. Qualche osservatore ha giustamente fatto notare che l’economia reale è come una centrale nucleare: si può interrompere la reazione a catena controllata che crea energia ma non c’è la certezza assoluta che l’attività possa riprendere semplicemente premendo un interruttore.

Un primo, interessante test sullo stato di salute delle imprese sarà, in luglio, la pubblicazione dei risultati del secondo trimestre. Si capirà chi con la crisi ha colto l’occasione per migliorare la propria posizione, chi ha sofferto ma vedrà crescere la quota di mercato, chi ha tirato a campare e chi si presenterà con una nuova veste, dopo una profonda crisi, per affrontare (un nuovo?) domani.

Se la si considera in termini di strategia d’investimento, questa classificazione è difficilmente gestibile attraverso gli strumenti collettivi d’investimento che replicano passivamente gli indici (ETF), specie quelli che investono in Europa perché focalizzati su indici nazionali e non su specifici temi tantomeno quelli connessi alla gestione del post pandemia. Un’attenta e continua gestione attiva fara' la differenza. Gli investitori smart stanno tirando fuori dal cassetto i nomi dei gestori attivi e si preparano a mettere in soffitta le gestioni passive.


Quali sono le imprese con le migliori prospettive o, per usare la metafora del volo, quelle che voleranno in sicurezza di qui alla semestrale e oltre? Le abbiamo divise in quattro categorie attribuendo a ciascuna categoria un nome che ne esprime le qualità. 

1) Icaro. E’ la categoria delle imprese che operano nei settori avvantaggiati dalla pandemia (farmaceutico, videogiochi, e-commerce, sistemi di video conferenze, sistemi elettronici di pagamento). Sono un po’ come Icaro: hanno volato così alto al punto di rischiare di bruciare le ali. Per molte, la stagione è stata così brillante che manager e azionisti faticano ancora a credere ai loro occhi. Ogni segnale di riduzione del rischio pandemia è, per queste imprese, negativo ed è quasi casuale che alcune abbiano contribuito al recente rally.


2) Aquile. Sono le imprese con un business model adatto al mondo post Covid-19, che in questi mesi hanno lavorato incessantemente nell’ombra per aumentare la quota di mercato, hanno facilmente ottenuto finanziamenti dal mercato e scalpitano per riprendere al massimo.  A queste imprese va la nostra preferenza, anche se sono ancora poco apprezzate dal mercato. La variabile che le mette in una categoria a sé è la qualità del management: intelligente, duttile, di vedute aperte, credibile. Quanto al modello di business e di offerta, queste imprese sono sia disruptive, in quanto approfittano della cesura determinata dalla crisi per compiere un salto di qualità sia tradizionali ma in continua espansione, anche per linee esterne.

3) Piccioni. La categoria meno interessante, probabilmente la più sovrastimata, è quella delle cosiddette imprese cicliche industriali. E’ una categoria vasta (negli Stati Uniti, se ne trovano molti esempi nell’indice S&P), che include diversi settori economici e in cui è difficile distinguere le imprese eccellenti dalle mediocri. Molte sono eccessivamente indebitate, hanno fatto troppi buyback negli ultimi dieci anni a scapito del capex, possono aver beneficiato del rimbalzo del mercato dai minimi del 23 marzo ma probabilmente sono destinate a volare con fatica da un obiettivo all’altro a causa dell’incapacità di mettere in discussione la loro cultura. 

4) Cigni. Sono le imprese che oggi faticano a decollare ma potrebbero poi volare benissimo. Usciranno sicuramente trasformate da questa fase le compagnie aeree per esempio, coinvolte in una partita complessa tra aiuti di Stato, conquista di quote di mercato e trasformazione delle operation che produrrà interessanti evoluzioni.

Una categoria da considerare a parte è quella dei FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google). In questi anni, i mercati hanno certificato il loro successo e anche nella crisi pandemica se la sono cavata molto bene. La vera partita, per loro, è la tassazione europea dei business: sta entrando nel vivo e rischia d’inasprire i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa oltre che di ridimensionare gli utili.

Uscendo per un attimo dalle considerazioni di mercato, è da accogliere con favore il tentativo dell’amministrazione americana d’imporre alle imprese cinesi quotate a Wall Street la comunicazione delle stesse informazioni richieste a quelle americane. Al momento, le imprese cinesi beneficiano di alcune esenzioni e finiscono per essere incluse passivamente in alcuni indici (come, per esempio, MSCI) che conferiscono loro una sorta di "certificazione di qualita" su basi non verificabili. C’è un forte movimento negli Stati Uniti per coprire questa lacuna della regolamentazione. Più che ispirata dal principio della trasparenza del mercato, l’iniziativa dell’amministrazione americana è da inquadrarsi nella guerra in corso con i cinesi. Quel che conta, però, è l’obiettivo. E sulla maggiore trasparenza non si può che essere d’accordo. 


Chiudiamo con Simplify 02. Stiamo proseguendo nella strategia di allocare il rischio dove c’è valore e ci aspettiamo che presto i mercati premino quest’approccio. E’ una strategia orientata primariamente a proteggere il capitale e, poi, a incrementarlo in termini assoluti che richiede gioco di squadra tra le professionalità impiegate nella gestione. Da inizio anno, la performance del fondo non solo e' positiva ma ha evitato nei momenti piu allarmanti di mettere a rischio il capitale.


A presto

 

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